Esausta di questi giornalisti sciacalli
La notizia di Simona Cinà ha evidenziato la mancanza di dignità del giornalismo italiano odierno.
Questa mattina un mio caro amico universitario, sapendo quanto io non sopporti la deriva che sta prendendo il giornalismo italiano, mi ha inviato uno dei tanti titoli offensivi e clickbait sulla vicenda di cronaca nera di Simona Cinà.
Nell’audio mi espone la sua idea, descrivendo le modalità dei giornalisti che cercano in ogni modo di marciare sulla notizia, scrivendo millemila articoli nuovi ogni giorno. Insomma: la quantità sta progressivamente rubando spazio alla qualità dell’informazione.
E quello che mi colpisce, da studiosa e osservatrice interessata a queste dinamiche, è come la famiglia stia diventando la nuova celebrità della notizia. E no, non è detto che sappia davvero cosa stia facendo. Nel momento in cui entri nel mondo delle redazioni, dei giornalai e della televisione, questi universi ti risucchiano e quasi ti costringono ad accettare un patto non scritto: devi mostrarti a tutti i costi, devi parlare, devi darti in pasto al pubblico per essere ascoltato. Sempre in ottica di farti notare dallo Stato, di spingere le istituzioni a intervenire. Tutto questo, chiaramente, a titolo gratuito.
Pensate davvero che la famiglia venga pagata? Ma va, forse in pochissimi casi. La maggior parte delle volte si tratta di un’esposizione continua, emotivamente distruttiva, in cambio di nulla (i soldi si tirano fuori solo per le pubblicità).
In questo meccanismo malato si insinua anche l’illusione della velocità. Questa logica rivela anche come avere risonanza mediatica venga ormai percepito come un modo per accelerare le indagini, come se il rumore potesse smuovere tutto più in fretta. Sta diventando tutto frenetico, dinamico, istantaneo. Ma i nuovi casi di cronaca nera, quelli più complessi, non sono puntate Youtube già scritte di “Elisa True Crime”. Sono casi aperti, intricati, che richiedono settimane (si spera) o mesi di indagini, processi e tribunali.
Sono la prima a denunciare l’inadeguatezza della giustizia italiana spesso ampollosa, lunga ed estenuante, ma non credo proprio che la soluzione stia nel dare autorità alla narrazione accelerata dei media. Anzi: rischia di danneggiare le indagini e chi ne è coinvolto (il comune di Avetrana invaso dai giornalisti nel 2010 vi ricorda qualcosa?)
A tutto questo si aggiunge una questione profondamente etica: la pubblicazione di contenuti sensibili.
Video, foto, materiali della ragazza. Almeno nel caso di Simona Cinà si trattava di una maggiorenne, ma con Martina Carbonaro, minorenne, non si sono proprio risparmiati. Mettere alla mercé di un algoritmo famelico certi contenuti non comporta a lucidità collettiva, bensì crea solo spettacolo. Crea retroscena da Netflix, in cui bisogna indagare, trovare i profili social, cercare il "dietro le quinte" degli attori della notizia. Ma questi non sono personaggi di una serie. Non è intrattenimento.
E tutto questo parte spesso da un titolo che vuole attirare l’attenzione e aumentare la copertura del contenuto. Titoli come “PM smentisce la famiglia” -riproposto da SkyTG24 e dal Corriere della Sera- non sono casuali. Quel “smentisce” costruisce un mondo fatto di misteri, di sospetti, di ambiguità. Come se ci fosse qualcosa di losco, come se la famiglia mentisse. Questo tipo di narrazione non è solo fuorviante, è tossica. Alimenta diffidenza, paura, giudizio. È l’opposto della cura.
E poi non dimentichiamoci del digital divide. Questo fenomeno invisibile, ma potentissimo che divide chi consuma queste notizie con spirito critico e chi invece le assorbe passivamente, lasciandosi suggestionare.
Immaginate due persone diverse: Maria Grazia da Nocera Inferiore, 48 anni, casalinga, 2 figli; Valeria da Bergamo, 22 anni, studentessa.
Se a entrambe viene proposto lo stesso video, bisogna solo sperare che la prima non si faccia prendere dal panico, o dalla frenesia di scoprire nuovi dettagli su cui poi avvertire i figli.Ecco dove il digital divide non è solo tecnologico, ma anche cognitivo, interpretativo, critico. Un divario che si allarga sempre di più, soprattutto se pensiamo che le nuove forme di giornalismo sembrano sposare uno stile, un’estetica e una filosofia sempre più simili a quelle dei tabloid, e sempre più lontane dall’idea di un giornalismo d’approfondimento, serio e responsabile.
(Webboh: ti tengo d’occhio, soprattutto per come ti rivolgi alle nuove generazioni.)






