Fabrizio Corona è il re del gossip? Sì, ma noi siamo i suoi sudditi
Da Corona a Epstein, passando per lo sputtanamento social su TikTok: il pettegolezzo è una merce e noi ne siamo i clienti (morbosi).
Dai casting discutibili di Alfonso Signorini, a una Mediaset che nasconde sotto la sabbia la corruzione del suo sistema, nelle ultime settimane Fabrizio Corona è uscito con notizie sconvolgenti, succhiando con tutta la sua onnipotenza mediatica la nostra attenzione. Ma non solo: tra i vari contenuti di Corona ci sono le notizie sul figlio di Grillo e su Leonardo La Russa, in cui spiega come funziona il “Sistema del tribunale” quando ci sono i soldi (e la politica) a governare. Qui non siamo a capire se sia vero o meno (anche se in alcuni frangenti le prove a quanto pare ci sono, ma non siamo qui per questo), ma non faccio fatica a credere che i ricchi -non quelli arricchiti con il lavoro (esistono, giuro), ma quelli che stanno nel loro mondo di agende manageriali, TV e moda- abbiano una scarsa coscienza di classe, e allo stesso tempo tanta conoscenza di come manovrarla. Insomma: i soldi muovono molte cose, tra cui la nostra attenzione e la reputazione delle persone coinvolte in questi giri.
Ma perché la reputazione vale così tanti soldi?
Scontato dire che se al pubblico da casa interessa il backstage, tanto che negli ultimi anni si sono creati contenuti social e on demand dei “dietro le quinte” per accontentarlo, figuriamoci se non gli interessa il backstage del backstage. È stato magico vedere i 🔗fuori onda su Striscia la Notizia di Andrea Giambruno ma Corona, apparentemente, ci ha portato ancora più dietro. Nel “Sistema”, come lo chiama lui.
Noi non possiamo fare a meno di pensare che godiamo di questi retroscena proprio perché ne siamo lontani, non ci riguardano direttamente. Come scriveva Zygmunt Bauman (📚Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone), la distanza non ci avvicina alla realtà, la trasforma in spettacolo. Più siamo lontani, più siamo interessati quasi per invidia o per consolazione. L’invidia per quel mondo ci fa godere nel vederlo smantellato: “Siamo più uniti che ai Mondiali del 2006”, leggiamo sotto i commenti di Corona. La consolazione per quella parte di mondo che sta bruciando inerme e noi, qui, costretti a guardare con poco margine di manovra urbana.
Ci indigniamo perché per Alfonso Signorini la legge si è subito attivata, “e le vittime di stupro?” ci chiediamo… ed ecco il punto: 🔗come spiega l’avvocato Florio, tutto si è attivato perché se quel video fosse continuato a circolare indisturbato, avrebbe avuto conseguenze reputazionali gravissime. Qui è lecito chiedersi se i danni psicologici di una vittima di violenza non siano prioritari, ma questa è la legge: la riabilitazione sembra quasi un privilegio per chi ha una reputazione che “costa”.
Il primo re dei Gossip
Ma Corona è il primo? No. Il giornalista Walter Winchell, tra gli anni ‘20 e ‘40, costruì la sua fortuna raccontando proprio i segreti delle star.
Diventò uno degli uomini più influenti e odiati d’America: 50 milioni di americani leggevano le sue INDISCREZIONI nella rubrica On Broadway, dove si facevano allusioni sessuali e si decidevano i destini della gente. Lui raccoglieva le dicerie nel suo club (lo Stork Club, non tramite le videochiamate WhatsApp come Corona, ma il principio è lo stesso). Poi iniziò la guerra, gli editori si stancarono delle sue cause legali e morì a 74 anni, dimenticato da tutti.
Non è un caso che ancora oggi guardiamo agli USA per capire dove si sposta l’attenzione: pensate alle liste di Epstein, ai suoi party, alle accuse mosse su D. Trump che inondano i social. Non è solo curiosità morbosa.
C’è un filo rosso che lega Winchell a queste vicende: sono questioni politiche ed economiche narrate da chi sceglie l’agenda manageriale-editoriale su cui dirottare la nostra rabbia. Il pettegolezzo americano diventa così uno strumento geopolitico per spostare l’attenzione dai veri centri di potere a bersagli scelti a tavolino. Il pettegolezzo ha sempre avuto un costo. Sempre.
Dalle élite a TikTok: il gossip che ci intossica
Però sto facendo l’errore di concentrarmi solo sulle classi alte (non di animo, ma solo di soldi e scrupoli).
Il pettegolezzo da social riguarda anche i più giovani e dobbiamo ricordare che può sfociare nel cyberbullismo. Su TikTok mi capita spesso di vedere “sputtanamenti” di ragazze, frecciatine, “dissing” dove le risposte e le botte arrivano sempre. Quei contenuti magari non muovono soldi, ma muovono la nostra attenzione sociale. Chi è coinvolto viene risucchiato in un vortice che, nel peggiore dei casi, si trasforma in bullismo e dicerie di scuole e paese, mentre noi esterni ci interessiamo a fatti che non ci riguardano e li consumiamo (e TikTok ci guadagna).
Mentre ora scrivo mi è tornato in mente quando, durante il Covid, andava di moda il format "scrivo al tuo fidanzato per vedere se è fedele". Noi, io stessa una giovane inconsapevole, ci interessavamo di sconosciuti e dei loro fatti privati come fosse un gioco. Ma chissà cosa è successo poi a quei ragazzi nella vita reale. Se era tutto recitato, beh... vaffanculo ai manager che costruiscono carriere sulla nostra morbosità. Ma se era vero, abbiamo partecipato allo smantellamento di vite altrui per passare il tempo
Forse non è un caso che Oxford abbia scelto “Rage bait” come parola dell’anno. Anche ora, a scrivere questo articolo, mi sto intossicando. Ci sono tantissimi aspetti di cui parlare, tantissime cornici interpretative su cui non riesco mai a esaurirmi come vorrei… mamma mia che fatica…






