Framing e delegittimazione: l’Italia delle piazze tra cronaca e parac***ggine
Dalle bandiere espulse del 25 aprile alla paraculata di Delia sulle note di Bella Ciao: come la narrazione editoriale trasforma l'esercizio della cittadinanza.
Questa settimana l’Italia ha visto le sue piazze riempirsi per tre appuntamenti cruciali: la Festa della Liberazione il 25 aprile, la Festa dei Lavoratori il Primo maggio e la mobilitazione contro il blocco della seconda missione umanitaria della Global Sumud Flotilla.
Se c’è una cosa che mi ha sempre affascinata è lo spazio pubblico inteso come il luogo fisico in cui esercitare la cittadinanza; eppure, puntualmente, questo esercizio viene raccontato dai media (e dalla politica) come se fosse un male necessario o, peggio, un pericolo da arginare.
25 Aprile: La fiera dell’indignazione a comando
È un paradosso che non comprenderò mai fino in fondo.
Dietro queste manifestazioni vive una macchina organizzativa complessa, fatta di associazioni, sindacati e regolari permessi comunali. Ma basta il comportamento isolato di pochi perché la stampa riesca a trasformare l’occupazione legittima di una piazza in una sorta di neo-crimine dove succedono fatti assurdi.
A Roma, la celebrazione della Liberazione è stata macchiata dal piombo: è stato arrestato un ragazzo di 21 anni appartenente alla Brigata Ebraica, con l’accusa di aver esploso colpi d’arma da fuoco durante le tensioni scoppiate a ridosso del corteo.
Mentre si sparava, a Milano la democrazia della piazza decideva chi aveva il diritto di starci e chi no: un uomo di 80 anni è stato allontanato con la forza solo perché esponeva la bandiera dell’Ucraina.
E non è stato un caso isolato: ancora a Roma, la delegazione di Radicali Italiani e Più Europa è stata vittima di un’aggressione fisica e verbale, documentata da video che mostrano una piazza trasformatasi in un’arena di esclusione ideologica.
Sembra quasi che per la stampa il 25 aprile non sia più una festa della Liberazione, ma una scusa per nutrire un pubblico affamato di polemiche. È una strategia che svuota la piazza del suo valore politico per trasformarla in un generatore di “click” basati sulla rabbia, rendendo impossibile vivere questo momento senza essere trascinati nel fango della strumentalizzazione.
Dal blocco navale al palco del Primo Maggio
Il tema della Global Sumud Flotilla mi tocca da vicino, essendo stato l’oggetto della mia tesi di laurea, e osservare l’evolversi della situazione con questo distacco interessato mi ha permesso di notare un dettaglio fondamentale: questa volta la liberazione della flotta nelle acque internazionali è stata ordinata direttamente dal governo. Un passaggio politico che ha scatenato, come ci si doveva aspettare, straniamento nei talk show e sui social (Giorgia Meloni ha fatto.. cosa?) ma almeno ha definito il reale peso della diplomazia e del dissenso.
Il cerchio si è chiuso sul palco del Primo Maggio. Da una parte abbiamo avuto Gaia, che ha rotto il silenzio ricordando la Flotilla davanti a migliaia di persone; dall’altra, abbiamo assistito alla gaffe clamorosa di Delia. Nel cantare Bella Ciao, Delia ha scelto di sostituire la parola “partigiano” con “essere umano”, giustificandosi col fatto che la prima sarebbe “divisiva”.
Non poteva scegliere una “paraculata” peggiore. Il punto non è mai la parola in sé, ma l’uso che se ne fa in base a ciò che si vuole scatenare. Se l’intento era davvero quello di apporre un accento profondo sulla condizione dell’essere umano, la strada non era certo quella di anestetizzare la storia. Cambiare un testo per non disturbare nessuno non è un atto di umanità, è solo la prova di come la velocità e il timore del giudizio stiano svuotando di senso ogni nostra espressione pubblica.
L’importanza del frame
Il framing giornalistico applicato a queste missioni è stato l’oggetto della mia tesi, e guardare oggi alle modalità con cui viene narrato il dissenso mi conferma quanto sia sottile, e spesso manipolato, il confine che separa il racconto di un fatto dalla sua sistematica delegittimazione.
Senza una reale volontà di comprendere le piazze, la velocità frenetica dell'informazione attuale continuerà a sostituire la responsabilità del racconto, ignorando l’etica, la sensibilità di un popolo e i valori sociali che ne muovono le istanze.



