Ho letto il manifesto, e non mi ha sorpresa.
Dieci anni su Telegram, il caso del 13enne di Trescore e perché certi ambienti online vanno capiti dai giornali naszio prima che accada di nuovo.
📍Io e Telegram: una premessa necessaria
Abito a 🚗dieci minuti da Trescore. E sono su Telegram da quando avevo tredici anni (ora che ho 23).
❗️Non vi fornisco queste informazioni per caso. Le comunico perché questi due fattori messi insieme mi mettono in una posizione particolare rispetto a quello che è successo, e voglio essere onesta sul mio background conoscitivo.
Sono entrata su Telegram tramite Instagram.
Avevo conosciuto ragazzi della mia stessa età appassionati di anime, e uno di questi mi aveva invitata in un gruppo Telegram a tema. All’epoca era una piattaforma nuova per quelli della nostra età: nessuno dei nostri genitori la conosceva e nessun adulto ci aveva mai messo piede (se non per i pornazzi forse). Era uno spazio che pochi di noi sentivano nostro.
È in quei tempi che ho conosciuto quelli che sono ancora oggi i miei amici online. Persone normalissime con cui ho però vissuto quella che potremmo chiamare “traumi digitali”.
Uno di questi è un ragazzo che si era finto una ragazza sorda svizzera innamorata di me. Quando gli dissi che non ricambiavo simulò un suicidio. Capite bene che a tredici anni una cosa del genere ti spaventa profondamente; tempo dopo si era scusato ma si era già creato un’altra identità.
Negli anni successivi ho conosciuto altri ragazzi con cui sono ancora in contatto oggi. Ma Telegram non è solo “amici e gruppi anime e persone con cui crescere online🥳”, è anche un ecosistema in cui convivono tipologie di utenti molto diverse tra loro e alcune di queste le ho incontrate direttamente.
Ho incrociato utenti che navigano su Telegram con un unico obiettivo: trovare ragazze. Entrano nei gruppi per conoscerle e ci provano con qualsiasi profilo femminile… ragazzi davvero disperati e inetti. E poi ragazze che invece fanno della propria diagnosi borderline (ammesso che fossero diagnosi vere) una personalità costruita ad arte creando dinamiche di gruppo disturbanti e scomode per tutti.
Non sono mai entrata in contatto diretto con le realtà più estreme ovvero quelle politicamente suprematiste e quelle più violente, le conosco da lontano. Ho molte volte incrociato qualche utente e riconosciuto certi pattern (mi sono sempre tenuta a distanza forse forgiata dal ricordo di quel finto suicidio o semplicemente per istinto).
Ci sono ambienti con forti influenze di suprematismo bianco e nazionalismo etnico e, in alcuni casi, simpatie esplicite verso la Russia e verso una certa visione del mondo autoritaria e gerarchica. Non sono mondi separati: si sovrappongono e si parlano e si alimentano a vicenda. Un ragazzo che entra in un canale Telegram di manosfera può trovarsi esposto nel giro di poco a contenuti suprematisti o a glorificazioni di attacchi terroristici semplicemente perché gli algoritmi di raccomandazione e le dinamiche di gruppo lo portano lì progressivamente.
Il punto è questo: dieci anni su Telegram e qualche anno su Discord mi hanno dato una 🗺mappa di quegli ambienti.
Non una mappa accademica ma una mappa vissuta, e quando ho sentito del ragazzo di tredici anni di Trescore mi sono sorpresa e non allo stesso tempo. Sconvolgente che accadesse lì, sì, ma la realtà che c’è dietro la conoscevo già.
🗞I giornalisti a Trescore e il circo dell’informazione
La prima cosa che ho notato nei giorni successivi alla vicenda è come i media nazionali si siano mossi su una comunità piccola che non è abituata a questo tipo di attenzione.
Trescore non è Bergamo. Non è Milano. È un paese con una comunità stretta e con relazioni umane che si intrecciano da generazioni, e improvvisamente era piena di telecamere e microfoni puntati su ragazzi sconvolti fuori da scuola.
❗️Capisco il diritto di cronaca, lo capisco davvero perché scrivo per un giornale e so quanto sia importante raccontare. Ma la delicatezza non è un optional: è parte del mestiere. E in certi casi è stata completamente assente.
E mi chiedo come si possa ancora avere fiducia in un sistema d’informazione così avvoltoio nei confronti delle vicende umane:
Pensate a Sara Scazzi ovvero una ragazzina di quattordici anni il cui caso è diventato intrattenimento televisivo con la zia arrestata in diretta su Rete 4 davanti a milioni di persone in quello che resta uno dei momenti più bassi del giornalismo italiano. Oppure Garlasco, dove Alberto Stasi è stato condannato nei salotti televisivi anni prima di qualsiasi sentenza definitiva. La logica è sempre la stessa: la comunità diventa un set e le persone diventano personaggi. La complessità della realtà sparisce.
Quello che rimane è una narrazione serva dell’audience, non della verità.
A Trescore si è ripetuto lo stesso schema in scala ridotta, e quello che mi ha colpita di più è la dissonanza tra quello che i giornali raccontavano e quello che mi arrivava attraverso amici che vivono lì.
Le versioni erano diverse: più sfumate e più complicate, e soprattutto meno adatte a diventare veloci titoli di giornale.
Un secondo dopo l’accaduto si diceva già che la professoressa era benvoluta da tutti. Ma su TikTok (o per vie traverse di conoscenze) trovavi ragazzi della scuola che raccontavano tutt’altro. ⚠️E non è per “insultare” la vittima, non è per mettere in dubbio la figura della prof… ci mancherebbe. Ma i giornali riflettono un’allerta collettiva che spesso appiattisce le dinamiche invece di approfondirle.
🎪E poi è arrivato il ministro Valditara con la proposta dei metal detector. Un siparietto che la dice lunga su quanto la classe politica abbia capito di quello che è successo… ovvero niente🎪
I metal detector non intercettano un manifesto su Telegram. Non entrano nei canali Discord. Non riconoscono un’estetica lookmaxata su una foto profilo.
Il problema non è il coltello. Il coltello è l’ultimo atto di qualcosa che si costruisce per mesi, forse anni in ambienti digitali che la maggior parte degli adulti non frequenta e non conosce.
E qui arriviamo al nodo vero.
Si parla di educazione digitale nelle scuole e di insegnare ai ragazzi come stare su internet. Ma chi dovrebbe farlo? Professori che non hanno mai aperto Telegram e che non sanno cosa sia Discord e che non hanno mai sentito parlare di manosfera o di lookmaxing? L’intenzione può essere buona, ma la competenza non si improvvisa. Se vogliamo davvero fare prevenzione bisogna invitare chi quegli ambienti li conosce davvero, e mi viene da pensare ai 🧓veterani di internet che ci sono cresciuti dentro e che hanno gli strumenti per riconoscerne i pattern. Loro sì che avrebbero qualcosa da dire ai ragazzi.
Il manifesto, la propic e le sottoculture maschili
Veniamo al punto più succoso.
Quello che distingue questo caso da un generico episodio di violenza scolastica è il Manifesto che il ragazzo ha pubblicato su Telegram prima di entrare a scuola. Un documento che, letto con gli occhi giusti, è un catalogo preciso di sottoculture digitali ben definite.
Il manifesto del tredicenne segue:
Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità, ne sono stanco, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata, le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute non divertenti e giustificare la violenza contro di me anche quando ero chiaramente la vittima.
Quando sono stato preso a pugni da un ragazzino magrolino non ho reagito, gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti, ed erano due, ho dovuto andare da loro e raccontare cosa era successo, e questo evidenzia quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l'audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla, è rimasta impunita per una cosa così grave.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi ha spinto a prendere questa decisione radicale è stata la mia diagnosi di ADHD. Ho difficoltà di attenzione, è un dato di fatto, eppure, quando mi è stato chiesto di fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato punteggi bassi per quanto riguarda la distrazione, ma non esita a farmelo notare in classe, e questo mi fa solo arrabbiare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di difficoltà solo perché non le piaccio.
Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente in questa situazione e non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me. La mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me. La mia insegnante di francese non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere. È così impotente nella sua vita che decide che sfogare la sua rabbia su un gruppo di ragazzini delle medie sia un ottimo modo per rilassarsi.
Visto che a quanto pare i 'ragazzi' non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l'età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo.
Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c'è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano, e se qualcosa sfida la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia. Se qualcuno mi dice di non fare qualcosa, il più delle volte mi sento ancora più incline a farlo.
Per quanto riguarda la maglietta, la scelta non è stata casuale. Non ho scelto la solita roba da selezione naturale. Sono unico e non sono una copia di nessun precedente attacco scolastico. Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente: voglio portare novità. Vendetta non è una parola scelta a caso. Rappresenta ciò che provo, mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male.
L'uniforme militare non è una scelta casuale. L'ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati. Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei. Sì, a volte sono divertenti, ma mi sento molto più intelligente di loro, e indossare un'uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali. Non sono più uno di loro, sono qualcuno di migliore, qualcuno che ha avuto la forza di fare ciò che molti non hanno, qualcuno che ha l'intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni.
Ogni dettaglio del mio abbigliamento è stato pensato per un motivo. La maschera con il teschio non esprime un'ideologia specifica, è semplicemente piacevole alla vista e mi piace l'estetica. Per quanto riguarda la mia ideologia politica, non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l'unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo.
Prima di entrare nel dettaglio del manifesto vale la pena fare un passo indietro e spiegare da dove vengono questi ambienti.
Il punto di origine di molte sottoculture digitali tossiche è 4chan, ovvero un forum anonimo nato nel 2003 che nel tempo è diventato uno degli spazi più estremi e influenti di internet. Su 4chan non esistono account e non esistono moderazioni reali e questo ha creato un ambiente in cui ogni tipo di contenuto prolifera liberamente. Da lì sono nate o si sono diffuse alcune delle sottoculture più pericolose del web, tra cui gli incel, la cultura del mass shooting glorificato e i meme suprematisti, che poi hanno contaminato Reddit, Telegram, Discord e, negli ultimi anni, TikTok.
TORNIAMO AL MANIFESTO.
Ma ancora prima del manifesto c’è la foto profilo. Il ragazzo aveva come immagine profilo una foto di un personaggio (ne aveva svelato il nome Serena Mazzini, mi sono totalmente dimenticata di annotarlo, pardon🙏🏻) lookmaxato. Il lookmaxing per chi non lo conosce è una pratica nata negli ambienti della manosfera che consiste nell’ottimizzazione ossessiva dell’aspetto fisico maschile per aumentare la propria cosiddetta value ovvero il proprio valore sul “mercato” sociale e sessuale.
Diete estreme, chirurgia, esercizi per modificare la struttura del viso… e il lookmaxing non è solo una pratica: è un’estetica e un linguaggio visivo. Avere una certa foto profilo comunica immediatamente l’ambiente in cui ci si muove e i riferimenti culturali che si condividono.
È una 🪪tessera di riconoscimento per chi sa leggerla.
Leggendo il manifesto emergono con chiarezza almeno tre sottoculture sovrapposte.
LA PRIMA È LA 🔪TRUE CRIME COMMUNITY:
il ragazzo scrive: «Sono unico e non sono una copia di nessun precedente attacco scolastico. Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente: voglio portare novità».
Questa non è la logica di un ragazzo che agisce d’impulso ma la logica di chi ha studiato altri casi e li ha analizzati, e ha costruito la propria identità intorno all’idea dell’attacco come performance.
Per farla semplice: vi ricordate di Tyler, quello che ha sparato a Charlie Kirk? Per i media nazionali è il nome di un assassino comune, ma per l’ambiente true crime è un riferimento culturale preciso che viene studiato e in certi contesti ammirato.
Il manifesto di Trescore si inserisce consapevolmente in questa genealogia
LA SECONDA È LA 👱♂️MANOSFERA:
nel manifesto si legge: «mi sento molto più intelligente di loro, sono qualcuno di migliore, mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti». Questo linguaggio non nasce dal nulla e non è il semplice sfogo di un adolescente arrabbiato.
È il prodotto di ambienti online ovvero forum e canali Telegram e community Discord in cui la mascolinità viene costruita intorno al dominio, alla superiorità e al risentimento verso chi viene percepito come oppressore (solitamente le donne, ma non ci si limita a questo).
La manosfera non è monolitica e va dagli ambienti più soft del self-improvement maschile fino alle frange più estreme degli incel, ma il filo rosso è sempre lo stesso: l’idea che gli uomini siano vittime di un sistema che li penalizza e che la risposta sia riaffermare la propria superiorità con qualsiasi mezzo.
LA TERZA DEL 👥NICHILISMO ESTETICO:
il manifesto dice: «la vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo seguendo una routine quotidiana come uno schiavo, e nessuna vita ha importanza al di fuori della mia.» Questo non è filosofia adolescenziale generica, ma un registro culturale preciso che circola in certi canali Telegram con una coerenza inquietante.
Il nichilismo viene estetizzato, reso cool e trasformato in identità. C'è un elemento che amplifica tutto questo e che viene quasi sempre ignorato nel dibattito pubblico: la solitudine fisica in cui questi contenuti vengono consumati.
Stare da soli davanti a uno schermo per ore non è uno sfondo neutro: è una condizione che abbassa le difese critiche e rende l'individuo progressivamente più allineato a quello che legge. Non c'è nessuna voce esterna, se non quella dei propri “amici online”, che interrompe il flusso, e non c'è nessun contatto reale, come un genitore, che metta in discussione quello che sta succedendo dentro lo schermo.
L'ambiente online diventa l'unico ambiente e i valori che circolano lì dentro diventano l'unico riferimento. È così che il nichilismo smette di essere una postura e diventa una visione del mondo vera e propria.
E si sovrappone perfettamente alle altre due sottoculture: sei superiore agli altri proprio perché hai capito che le regole della vita reale non contano e che la vita degli altri non vale quanto la tua.
Questi tre ambienti non sono casuali e non sono separati. Si alimentano a vicenda in ambienti digitali che hanno una grammatica interna e riferimenti condivisi e un’estetica riconoscibile. E colpiscono prevalentemente i ragazzi.
👩🏻Le ragazze non sono immuni: pro-ana e hybristophilia
Non approfondirò molto, non è questo l’articolo adatto. Ma mi sentivo in dovere di segnalare anche queste realtà.
Sarebbe sbagliato pensare che le sottoculture digitali tossiche siano un problema esclusivamente maschile. Le ragazze hanno i loro ambienti problematici diversi nella forma, ma identici nel meccanismo.
🫁UNO DI QUESTI È QUELLO DEGLI AMBIENTI PRO-ANA:
si parla di community prevalentemente femminili in cui il disturbo alimentare viene estetizzato, celebrato e incoraggiato come stile di vita e identità.
Nate su Tumblr, si sono poi spostate sulle piattaforme attuali. Hanno un linguaggio interno preciso in cui il disturbo non viene vissuto come una malattia, ma quasi come una figura amica e una guida.
IL SECONDO È LA 🥀HYBRISTOPHILIA:
ovvero l’attrazione romantica e sessuale verso persone che hanno commesso crimini gravi. Non è un fenomeno nuovo perché le lettere d’amore a Charles Manson esistevano già negli anni Settanta, ma internet gli ha dato una scala completamente diversa. Su TikTok si trovano profili dedicati a serial killer presentati come sex symbol.
Anche qui, per farla semplice: pensate alla serie Netflix su Jeffrey Dahmer. Ha scatenato un’ondata di contenuti in cui veniva romanticamente idealizzato tanto che 🔗Netflix ha dovuto intervenire per limitare certi tag.
Chi partecipa a queste community non si vede come qualcuno che glorifica la violenza, ma come qualcuno che capisce una persona che il mondo ha incompreso.
È esattamente lo stesso meccanismo del manifesto di Trescore visto da un’angolazione opposta: l’autore di violenza si riflette come una figura speciale, superiore e per questo incompresa.
Il problema NON è il coltello
Dire ai genitori di “controllare i figli” non basta. Non basta perché se non sai cosa stai guardando non riesci a riconoscerlo. Questi ambienti hanno una grammatica e riferimenti culturali e un’estetica. Una certa foto profilo o certi meme o certi riferimenti dall’esterno sembrano rumore ma per chi li conosce sono segnali chiarissimi.
Le piattaforme non aiutano ma anzi spingono. Come ha documentato Serena Mazzini certi contenuti non vengono rimossi ma amplificati dagli algoritmi perché generano engagement. La responsabilità delle piattaforme in tutto questo è enorme e quasi mai discussa seriamente.
E adesso su TikTok c’è già il “Bergamocore” con la glorificazione di quello che è successo, che alimenta esattamente quella cultura dell’attacco come performance di cui parlavo prima.
Il ciclo si chiude e si prepara a riaprirsi.
Ho la sensazione che stiamo guardando il sintomo senza voler vedere la malattia e che tra qualche settimana ce ne saremo già dimenticati pronti per il prossimo caso.
Quello che posso fare è continuare a raccontare questi ambienti con la calma e la precisione che meritano perché sono realtà pericolose e soprattutto sono realtà che vanno conosciute davvero, per poter infine essere affrontate davvero.











