“Non abbiam bisogno di parole”: tra cliché americanizzati e nuove icone Gen Z
Una sceneggiatura italiana che si perde in corridoi scolastici finti, il debutto di Sarah Toscano e il lavoro di Jenny Serpi ci raccontano una generazione che si sta approcciando alla comunità sorda.
“Non abbiam bisogno di parole” è forse la frase più adatta per descrivere quanto questo film sia cinematograficamente scadente📉, rivelandosi il classico prodotto sempliciotto pensato per un pubblico di adolescenti. Seguendo la scia di altri titoli come “Il Fabbricante di Lacrime”, ci troviamo di fronte all’ennesima occasione sprecata dove, invece di dedicare una produzione di livello a temi sensibili, si preferisce scadere nella banalità più assoluta.
La scuola italiana viene dipinta per quello che non è, proponendo un modello che sembra uscito da una serie TV americana di basso profilo: corridoi dove ci si incontra con il ragazzetto delle lotte clandestine e corsi post-scolastici a scelta che, nella realtà nostrana, forse esistono solo nelle paritarie a pagamento più esclusive 🏫🇺🇸.
Personaggi senza spessore e dinamiche già viste.
Il problema principale risiede in una sceneggiatura blanda che mette in scena amicizie superficiali e personaggi privi di una vera personalità. Abbiamo Martina, la classica “darkettona” dall’animo colorato di contorno, e la protagonista Eletta, interpretata da una Sarah Toscano che, nonostante i dialoghi a tratti senza senso, riesce comunque a bucare lo schermo con la sua immagine pulita.
Tutto è immerso in un mare di cliché: lei che canta e finisce al centro dell’attenzione, lei che perde l’occasione di una lezione importante e così via. Persino il protagonista maschile, un ragazzo enorme che però si ammutolisce cringiosamente davanti alle femmine pur partecipando a lotte clandestine 🥊, risulta un personaggio incoerente e senza spessore, quasi un armadio vuoto messo lì tanto per occupare spazio. Perché sì, a quanto pare, l’amore crea sempre interesse, anche quando non ha senso🙄.
La famiglia🧑🧑🧒🧒: l’unico punto di forza
In questo scenario di scrittura pigra, gli unici personaggi che funzionano davvero sono quelli della famiglia. La scelta di attori sordi come Emilio e Carola Insolera non dovrebbe essere descritta come qualcosa di eccezionale, perché dovrebbe rappresentare la normalità, eppure la loro prova è davvero in gamba. Mi è piaciuta molto la loro caratterizzazione quasi “barocca”, che però andava inevitabilmente a scontrarsi con la piattezza del resto della sceneggiatura. È un peccato, perché il potenziale per scrivere qualcosa di profondo c’era tutto, ma si è preferito, ancora una volta, puntare sulla soluzione più facile e banale.
Oltre alla loro bravura, è interessante notare come negli ultimi anni gli interpreti della lingua dei segni siano diventati figure quasi onnipresenti, finendo spesso per diventare protagonisti di moltissimi meme. È un fatto che certi gesti visti così fuori dal loro contesto facciano sorridere, e questa loro "viralità" ironica contribuisce paradossalmente a renderli volti familiari per chiunque navighi sui social🤳.
Sarah Toscano e la rivoluzione social della sensibilità
Nonostante i limiti del film, questa esperienza incastra perfettamente Sarah Toscano nel ruolo di icona per la Gen Z e la Gen Alpha. La sua ascesa, iniziata in un’edizione di Amici 23 piuttosto povera per il mercato discografico, l’ha vista crescere enormemente: da ragazza acqua e sapone a “bambolina sexy” che i trend social hanno consacrato durante Sanremo.
Questo debutto cinematografico le conferisce uno spessore sociale importante, legandola a una sensibilità verso la comunità sorda che i ragazzi di oggi possono sentire accessibile e molto vicina.
È interessante notare come anche la promozione del film rifletta questo cambiamento, scegliendo come intervistatrice Jenny Serpi. Dopo essere stata per anni vittima di bullismo da parte di certi circhi su Twitch, Jenny sembra aver trovato finalmente una sua stabilità, contribuendo a normalizzare tematiche che prima venivano ignorate.
Il ruolo dei social e la responsabilità delle piattaforme
Questo discorso sulla normalizzazione passa inevitabilmente per TikTok, dove diverse ragazze sorde hanno iniziato a raccontarsi con estrema naturalezza. Penso a @noemaraschi, che con la sua aria “baddie” mostra la propria quotidianità insieme al compagno (anche lui sordo) e alla loro figlia. Pur non essendo d’accordo con l’esposizione dei minori sui social, è innegabile che il suo profilo porti un nuovo modo di vedere la genitorialità…
potrebbe semplicemente farlo senza far vedere il viso della bambina però. Allo stesso modo, ragazze come @BeatrixBoz usano la piattaforma per insegnare i segni o semplicemente per parlare di sé, scardinando l’idea che la sordità debba essere vista solo come una disabilità.
Se il feed di questi social inizia finalmente ad associare la normalità a queste ragazze, allora significa che c’è una responsabilità precisa delle piattaforme e dei canali TV nel continuare su questa strada, rendendo l’inclusione un fatto quotidiano e non più un evento straordinario.
E alla fine…
E alla fine devo ammettere che nonostante i difetti tecnici e la banalità dei cliché, il film riesce a trasmettere un messaggio che ti arriva dritto al cuore, senza la quale non sarebbe esistito nemmeno questo articolo. Grazie Netflix xoxo 💋💋





