Omicidio Kirk e Algoritmi: come il giornalismo veloce si sta vendendo
Dal caso Kirk emerge come la scelta di certe parole e il funzionamento degli algoritmi sui social trasformino i fatti in intrattenimento, guidando ciò che vediamo e ignoriamo.
Quando lo scorso 10 settembre sono uscite le prime notizie sul caso Kirk, ho notato una cosa curiosa: i media chiamavano l’assassino, Tyler Robinson, "killer”.
Può sembrare una piccolezza, quasi una questione da puristi della lingua. Eppure non è così marginale, tanto che anche il Corriere della Sera qualche tempo fa ha dedicato un articolo proprio a questa scelta linguistica.
La domanda è: perché i giornali scelgono di usare un anglicismo invece della parola italiana “assassino”?
La risposta che dava il Corriere è interessante:
“In definitiva, allontana da noi la percezione dell’assassinio e trasforma la morte in qualcosa di spettacolare o, a seconda dei casi, in qualcosa che movimenta le news (notizie giornalistiche) dei TG.” 🔗Fonte qui
Ed è vero: i giornali non raccontano più i fatti, ma li confezionano come episodi di una serie tv. La cronaca non è più un tentativo a ricostruire una fabula lineare, ma è diventata una gara a chi monta un intreccio mediatico ad hoc a servizio dell’algoritmo.
Le parole non vengono scelte a caso nell’ambito giornalistico. Dire “killer” invece di “assassino” è una scelta: richiama l’immaginario cinematografico, crea distanza e al tempo stesso spettacolo (e, per chi vuole vederci il complotto statunitense, ciò rende le notizie appetibili a livello internazionale e familiari per un pubblico globale).
Il termine “serial killer” si è imposto grazie all’influenza americana, al cinema e al doppiaggio, che dalla Guerra fredda in poi hanno diffuso un lessico internazionale facilmente riconoscibile e adatto al consumo di massa.
Il cinema, più di ogni altra arte, ha saputo plasmare il nostro immaginario collettivo e con esso anche le parole che usiamo. “Killer” è entrato così nella lingua comune, più diretto, più pop, e in grado di attraversare i ceti sociali senza bisogno di traduzioni.
Davanti al caso Robinson, ad esempio, io stessa non ho mai sentito i miei coetanei parlare di “killer”. Piuttosto ho sentito parlare di “attentatore”, “assassino”, “quello che ha ucciso Kirk”. Insomma, se “Attentatore” fosse stato reso una parola chiave, la realtà non sarebbe stata trasformata in uno spettacolo propagandistico.
E allora torniamo al caso Kirk e al modo in cui la notizia ci è piombata addosso.
Io, per dire, non aprivo Threads da mesi e non avevo alcun feed personalizzato. Eppure improvvisamente mi sono ritrovata inondata di post sull’argomento.
È qui che entra in gioco lui: l’algoritmo👹.
Negli anni hanno fatto credere che fosse questione di orari e like: “posta alle 9 e finisci nell’algoritmo”. Ma non funziona così. I social non tengono conto del tempo, sono asincroni: potete doomscrollare e ritrovarvi davanti un contenuto di tre anni fa come se fosse nuovo. Vi dicono anche che il feed è gestito dalle vostre scelte, dalla vostra personalizzazione, ma non è vero. Il like è solo un contentino. Il potere non è nelle vostre mani, ma in quelle del sistema.
Questo è ciò che Meta ha dichiarato sul funzionamento dell’algoritmo di Instagram a seguito delle segnalazioni del DSA Europeo (Digital Services Act):
Ok, tutto molto chiaro e carino. Ma questo “sistema” cos’è? Chi è?
Ho scelto questo paper dell’ingegnere Giovanni Faedo che mi sembrava il più masticabile anche da chi, come me, non si occupa propriamente di tecniche ingegneristiche (ma ci sono altri mille mila paper su questo tema, ne ho scelto uno nostrano). I sistemi di raccomandazione nascono nell’e-commerce (⚠️quindi per VENDERE prodotti, attenzione⚠️) e oggi governano anche le notizie. Funzionano con il content-based filtering o il collaborative filtering, selezionando i contenuti in base ai nostri gusti o a quelli di chi ci somiglia. Ma questa logica porta con sé effetti collaterali: filter bubble ed echo chamber, cioè restiamo chiusi in bolle che confermano ciò che già pensiamo. Il risultato? Polarizzazione, frammentazione, perdita del confronto critico.
E ci sono problemi strutturali enormi: dal cold start (difficoltà nel profilare nuovi utenti o nuovi contenuti) ai bias già presenti nei dati, fino alla possibilità di manipolazioni esterne. Non parliamo solo di tecnologia, parliamo di politica. Il giornalismo ormai smettere di mediare, e si è trasformato in un flusso predittivo che cerca l’engagement invece dell’informazione.
Ricordiamolo tutti insieme: questi sistemi sono nati per l’e-commerce.
L’algoritmo nasce per vendere, e quindi vende. Pensate alla polemica sui creator pagati per produrre contenuti pro-Israele sulla Striscia di Gaza: è bastato un contratto perché certi contenuti avessero visibilità. Per le vittime palestinesi invece, senza sponsor né fondi, dobbiamo sperare di capitare nella bolla mediatica giusta. 🔗Notizia qui
E allora torniamo a Kirk: perché mi sono ritrovata tutto quel feed pur non volendolo?
Ecco a voi la risposta:
Tutti i filtri, tutti i sistemi di raccolta sono in mano ai tre moschettieri. Uno che urla al complotto, uno che ti vende l’illusione di avere amici e like, e l’altro che gioca a fare il Tony Stark. Ricordatevelo, perché il telecomando del vostro feed non ce l’avete voi, ce l’hanno loro. Da quando Zuck ha sostenuto Trump alle elezioni, e l’élite tecno-miliardaria si è insediata maggiormente nel nuovo governo statunitense, possiamo notare uno spostamento a destra di tutte le notizie internazionali.
E nel frattempo notizie come quella di Iryna Zarutska, ragazza ucraina uccisa, sono passate quasi inosservate. Non perché meno importanti, ma perché meno “vendibili” e scomode per le poltrone statunitensi. 🔗Per saperne di più
Su TikTok (una piattaforma più generalista e meno politicizzata) invece la dinamica è stata diversa: pochi contenuti su Kirk, qualche video crudo dell’attentato, e di recente pochi video sul pianto della vedova. Questo probabilmente perché il mio feed lì è meno politicizzato e più leggero, ed essendo 🎀infiochettato e profumato🎀 allora è meglio non spaventare la ragazza che può comprarci dal TikTok Shop.
Da evidenziare però la differenza tra TikTok occidentale e cinese. Quest’ultimo è una macchina da propaganda nazionalista con un sistema di filtraggio molto sviluppato, 🔗per chi vuole saperne di più
Il punto è questo: oggi non conta più raccontare bene, ma arrivare primi. Vale il click, non il contesto; la rapidità batte la riflessione.
La mia etica e la mia onestà intellettuale mi impongono di aspettare. Secondo le logiche algoritmiche sbaglio, lo so, ma non mi interessa: per scrivere questo pezzo ho impiegato due settimane. Perché se c’è una cosa che non possiamo cedere all’algoritmo è la nostra capacità di pensare prima di reagire.
Il problema, però, è che ormai non interessa più nemmeno al lettore approfondire. Gli strumenti ci sarebbero, penso a Substack o ad altre piattaforme che ti permettono di fermarti, leggere e ragionare (ti sei già iscritto al mio??????).
Eppure io continuo a credere che da qualche parte ci sia ancora chi cerca uno spazio per respirare e informarsi (tipo te che hai letto fino a qui!). Forse siamo pochi, ma siamo quelli che resistono.







