PUBBLICO ergo ESISTO: il compromesso «sporco» della nostra presenza online
Quello che un tempo era l'infame "freebooting" oggi è un'industria accelerata. Un viaggio nella frammentazione dell'identità digitale, dove la fama si paga con la perdita di sovranità.
Nelle stories di Instagram di ieri ho accennato al fenomeno del freebooting: quella pratica di prendere un contenuto altrui, ritagliarlo e riproporlo al proprio bacino d’utenza con il proprio branding.
Nel 2020 i dibattiti sulla creazione di contenuti hanno subito un’accelerazione e si sono definiti.
Mentre eravamo chiusi in casa per la Pandemia da Covid19, le lacune etico-sociali e una nebulosa regolamentazione ha costretto l'industria digitale a interrogarsi sui propri confini entro cui navigare, trasformando quello che era un hobby in una professione che richiedeva perimetri legali ed etici chiari.
Dalla riproposizione seriale dei video di 5-Minute Crafts ridoppiati con un voiceover (un format che ormai satura gli YouTube Shorts e le bolle più agée di TikTok e Facebook), alla ripetizione di notizie commentate davanti a uno screenshot… la sostanza NON cambia.
Stiamo assistendo a un riciclo infinito di informazioni già masticate, e poi caricate di un ‘connotato’ personale, dove l’opinione si mescola all’informazione fino a confonderla.
In questo tritacarne, le declinazioni sono due: c’è chi sceglie la via asettica, delegando il racconto a voci sintetiche o a montaggi meccanici che spersonalizzano il contenuto e il titolo.
E chi invece sente il bisogno compulsivo di metterci la faccia a ogni costo, anche quando la propria immagine non aggiunge alcun valore reale alla notizia, se non un’ingombrante e superflua centratura di sé.
È un presidio algoritmico compulsivo: il tentativo di dare una parvenza di senso a una presenza digitale che ha come unico vero scopo quello di gridare: «Esisto, quindi pubblico».
L’automatizzazione dello sciacallaggio
I dibattiti sul freebooting in Italia nascono con YouTuber e Streamer di Twitch che si vedevano ripostate le loro clip con titoli ingannevoli (una deriva disonesta che oggi ci sembra quasi la normalità). La polemica è cresciuta e al centro di quel terremoto c’è sempre stato un nome: la pagina di Social Boom.
Era questa pagina il nucleo di tutte le polemiche, il pioniere di una deriva disonesta che oggi, purtroppo, ci sembra quasi la normalità.
Ricordo che il Cerbero Podcast lo ha messo all’indice per anni, denunciando lo sciacallaggio disonesto delle notizie.
Oggi, con l’ascesa di YouTube Shorts e TikTok quel metodo artigianale si è automatizzato, diventando un’industria. Soprattutto con l’ascesa di YouTube Shorts e TikTok, abbiamo assistito a un’automatizzazione del “freebootaggio” impressionante.
Le clip hanno iniziato a circolare ovunque, complici il boom di Twitch a, discapito di YouTube, e l’esplosione dei podcast. Si è arrivati al punto di pagare account freebooter, o di spingere i fan stessia tagliare spezzoni in cambio di visibilità o compensi. Nel mondo del gossip e dei tabloid la dinamica della ricondivisione, o dell’approfondimento di un pezzo, è sempre esistita: i nuovi abitanti del digitale l’hanno solo reso proprio.
Il freebooting: un fenomeno a doppio taglio
Da una parte c’è lo sciacallaggio informativo: chi manipola il contenuto altrui per aizzare dissing e flame, trasformando il furto in una fabbrica di engagement basata sulla polemica.
Dall’altra, però, esiste la figura del fan, che ricondivide per pura ammirazione. In un’epoca di sovraccarico, avere qualcuno che estrapola il “succo” da una live di quattro ore o da un lungo podcast è quasi un servizio di pubblica utilità per il creator: permette al messaggio di circolare oltre la nicchia dei fedelissimi.
Eppure, è proprio qui che il fenomeno diventa un’arma a doppio taglio.
È un compromesso sporco: ottieni una visibilità capillare, ma la visualizzazione non è tua, caro creator. Il traffico viene monetizzato da altri e, soprattutto, la gestione dei commenti ti sfugge di mano. Non sei più tu a moderare la tua reputazione o a rispondere alle critiche; il tuo discorso finisce nel tritacarne dei giudizi altrui, senza filtri e con nuovi frame narrativi proposti. Insomma, è ‘nu burdell editoriale dove la fama si paga con la perdita di sovranità sul proprio lavoro.
Questa frammentazione della propria immagine e della proprietà intellettuale non è solo un effetto collaterale, ma è diventata una strategia di mercato che spiega perfettamente la crisi delle grandi influencer.
Il prodotto frammentato tra gli UGC
Questa nuova forma di ricondivisione pubblicitaria si collega direttamente alla crisi delle grandi influencer. Se prima una figura da 2 milioni di follower veniva pagata fior di quattrini, ora le aziende preferiscono gli UGC (User Generated Content).
L’azienda sceglie di affidarsi a un’agenzia di UGC perché paga mooolto meno: non parliamo più di una Giulia De Lellis, ma di una Gianfrancesca di Portalba…una perfetta sconosciuta. E questo ha portato, specialmente su TikTok (dove ricordiamo ci sono i giovanissimi), a una pubblicità molto più aggressiva e consumistica.
E non casualmente, il reclutamento di UGC creator avviene più aggressivamente su TikTok… traete voi le vostre conclusioni.
Dal punto di vista economico e sociologico, puntare tutto su un grande influencer è un investimento ad alto rischio… perchè?
Perché con lo stesso budget, il cachet, con cui pagheresti una singola storia a una celebrità, puoi ingaggiare 50-100 User e, se uno di questi 100 delude, non succede nulla. E se le altre 99 persone “normali” dicono contemporaneamente che un fondotinta è buono, si crea un effetto di validazione sociale (Social Proof). La massa percepisce che “tutti i miei simili lo usano”, rendendo l’acquisto una scelta di conformismo rassicurante.
La pubblicità aggressiva oggi non urla più “🗣COMPRA!”, ma si traveste da contenuto spontaneo e ti vuole far vivere digitalmente l’esperienza ancor prima che tu possa consumarla. E l’utente comune è lo strumento perfetto per questo consumismo mimetico.
Benvenuti nell’era del Pay-booting
Nella gerarchia digitale, l’utente è il grado zero dell’identità: è l’individuo “normale”, quello senza picchi di talento o carisma, ma proprio per questo terribilmente affidabile.
Se l’influencer è il divo distante che ha tradito la nostra fiducia con filtri e opulenza, l’utente è il vicino di casa. E oggi il Mercato ha capito che il cachet non va più sprecato per foraggiare l’ego di una singola star, ma va polverizzato e distribuito su una massa di persone comuni, trasformandole in un esercito invisibile di venditori.
Ma la vera metamorfosi avviene con il passaggio dal freebooting al pay-booting. Oggi, piattaforme come Klippify hanno reso questa pratica un mestiere… è la nascita della catena di montaggio del contenuto: l’utente non guarda più un video per piacere, lo guarda come un chirurgo o un macellaio, cercando il punto esatto dove tagliare per massimizzare il click.
Qui il prodotto non è più l’oggetto, ma l’essere umano stesso. L’influencer di turno diventa materia prima, una carcassa mediatica che l’utente disseziona e distribuisce su TikTok e Instagram in cambio di pochi centesimi di commissione.
È un sistema che non paga più la creatività, ma la distribuzione compulsiva: mentre prima o ti pagava il creator (raramente) o speravi nelle briciole di YouTube, ora vieni pagato direttamente per fare il distributore da una piattaforma terza. L’utente smette di essere uno spettatore e diventa un nodo della logistica pubblicitaria. Prendi il video di un altro essere umano, lo tagli, lo impacchetti e lo spari sui social e, se il video gira, tu incassi.
Si smette di essere un fan e si diventa un distributore precario che mette a disposizione il proprio profilo e il proprio tempo per trasformare la vita altrui in un brand tentacolare. Non siamo più davanti a una community, ma a un’immensa infrastruttura logistica umana dove l’unica cosa che conta è che il video “giri”, che il pezzetto di carne digitale arrivi sullo schermo di qualcun altro.
Abbiamo trasformato l’ozio dello scrolling in un turno in fabbrica, dove il padrone è l’algoritmo e il prodotto siamo noi, tagliati a fettine e venduti al miglior offerente.
Voi pensate che le persone che aderiscono siano furbe perché fanno soldi? Beh, insomma. Io li metterei sullo stesso piano di chi guarda i video passivamente e si fa ingannare dal clickbait. Certo, può essere una risorsa economica in più, un modo per arrotondare nel marasma digitale... ma a che prezzo? Stiamo parlando di svendere la propria identità sociale e il proprio tempo per diventare ingranaggi di una macchina che ci vuole tutti uguali e tutti ripetitivi.
Dove voglio arrivare? Al sovraccarico informativo.
Un tempo i numeri si facevano con il “follow4follow”, una bolla speculativa di cortesia distrutta poi dall’invasione dei bot.
Oggi le maniere di interagire sono più subdole. Se questo meccanismo di “taglia e guadagna” funziona con la proprietà intellettuale e i prodotti commerciali, immaginate cosa succede quando viene applicato alle notizie. Ed è qui che dobbiamo fermarci a riflettere: le notizie sono prodotti da vendere al chilo o sono lo strumento per conoscere il mondo e viverlo con dignità?
C’è chi si limita a mettere uno screenshot e commentare a caso: quelli sono rumore bianco, non meritano nemmeno attenzione. Il vero pericolo sono gli “opinion leader” che cavalcano l’onda del momento senza essere effettivamente nella notizia. Non indagano, non approfondiscono, non verificano. Si limitano a creare il contenuto del contenuto del contenuto.
Lo abbiamo visto con il caso degli Epstein Files, lo vediamo quotidianamente nella cronaca e nelle attuali polemiche sterili delle Olimpiadi. È il trionfo del sovraccarico informativo: un’eco infinita dove la fonte originale sparisce, sommersa da mille interpretazioni fatte solo per acchiappare quel centesimo di commissione algoritmica. In questo tritacarne, la notizia smette di essere un fatto e diventa un pretesto per generare traffico.
Il risultato è un’opinione pubblica intossicata da chi non riporta i fatti, ma li “reagisce” per mestiere.
Se trasformiamo l’informazione in un pezzetto di carne da macello come se fosse una clip di TikTok, perdiamo la capacità di capire dove finisce la realtà e dove inizia la narrazione finalizzata al click.
È un sistema che non può reggere. Bisogna rallentare, tornare alla fonte e al suo approfondimento, smetterla di nutrire la bestia del Pay-booting informativo. Perché una società che consuma notizie come se fossero snack è una società che ha smesso di pensare.
PS: Permettere a tutti di pubblicare è democrazia, non ci vogliono solo esperti del settore per parlare. Ma proprio perché la rete è di tutti, serve più dignità intellettuale e onestà, soprattutto da parte di chi sa di non sapere.









