Silvia Salis: valida scommessa della sinistra o inganno mediatico?
Tra la nuova promessa di Genova e il rischio del "metodo Renzi": un'analisi sulla costruzione mediatica di Silvia Salis e sulla trappola di una politica che parla solo attraverso l'estetica.
La sindaca di Genova Silvia Salis sembra essere diventata improvvisamente(?) la nuova scommessa della sinistra italiana. La narrazione della sua ascesa è perfetta, quasi da manuale: una donna vincente, un’atleta olimpica, ⛪️cattolica (forse si riaprirà lo spiraglio per una riappropriazione laica della Chiesa, troppo a lungo lasciata al conservatorismo della destra?), madre di due figli e moglie di un uomo di cultura.
❗️È un pacchetto comunicativo affascinante, ma è proprio questa perfezione a doverci spingere verso un’analisi più profonda.
La politica del corpo: tra Rolex e scarpe di lusso
La mia perplessità nasce dal modo in cui questa figura è emersa nel dibattito pubblico. Abbiamo iniziato a sentir parlare di lei in maniera sonora non per un programma politico, ma per gli attacchi della Destra diretti al suo stile di vita: le scarpe costose, il Rolex, un aspetto considerato “troppo curato” per i canoni della sinistra tradizionale.
Per quanto l’attacco all’aspetto esteriore possa apparire come un gesto banale e becero -e lo è senza dubbio, specialmente oggi sui social è diventata la prassi- resta un’arma politica dalla potenza straordinaria.
Questo perché il nostro corpo non è mai un elemento neutro, ma rappresenta il primo e più immediato veicolo di comunicazione.
Dunque, l’accento sulle critiche estetiche rivolte alla Salis mi hanno condotta a 🔗un’analisi di Giovanna Cosenza pubblicata sul Fatto Quotidiano nel 2013, in pieno fenomeno renziano.
La tesi della professoressa era chiara: dare troppa attenzione al corpo del leader è un boomerang. Se la comunicazione si focalizza eccessivamente sull’estetica e sulla presenza, la sostanza politica rischia di evaporare. Quando il corpo diventa il messaggio principale, la caduta è assicurata non appena l’immagine smette di brillare.
«Al contrario, una comunicazione che concentri troppa attenzione sul corpo del leader non rischia solo il compiacimento autoreferenziale, ma è un boomerang: poiché di solito un uomo o una donna che fanno politica non sono mai esteticamente all’altezza dei corpi smaglianti della pubblicità, della moda, del cinema, riprodurre anche in politica l’esposizione autoreferenziale del corpo offre ai critici e agli avversari la possibilità di accanirsi sui difetti di quel corpo esposto, con battutaccie, insulti o, quando va bene, parodie.»
Non a caso, cercando notizie dedicate alla figura della Salis emerge un pattern ricorrente: il 70% dei contenuti verte sulle critiche ricevute e sulla sua immagine, lasciando solo un misero spazio di ricerca alle idee politiche. È un assist continuo allo slogan del “sono donna (per questo mi criticano) e non cado negli stereotipi della sinistra (anche per questo mi criticano)… ma vi sorprenderò!” una narrazione semplicisitica a cui non voglio cedere.
È fin troppo facile poi far pensare: “Guardate come sto accanto ai lavoratori nonostante dicono di me che io sia bella e curata e non di sinistra”.
La bellezza, la cura non sono una colpa, ma quando diventa l’argomento cardine della discussione politica, stiamo guardando un concorso di bellezza, non un progetto di Paese.
Il parallelismo con il 2013: da Renzi a Salis
Più volte ho visto il percorso politico della Salis paragonata a quello di Matteo Renzi, perché sta ripercorrendo circa le stesse tappe.
🔎Sempre risalendo alle notizie del 2013 tramite i filtri di Google, noto che la differenza nel trattamento giornalistico è lampante.
All’epoca, Matteo Renzi veniva presentato con titoli pacati e descrittivi: “Biografia di un premier”, “Il sindaco di Firenze a Palazzo Chigi”. Con Silvia Salis, invece, il tono è sensazionalistico: “Chi è davvero Silvia Salis?”, come se fossimo davanti a un mistero da svelare più che a un profilo politico.
Questa disparità non riflette solo la diversità (e la similitudine, in certi versi) dei soggetti intervistati, ma testimonia quanto l’informazione stessa sia cambiata in poco più di un decennio. Siamo passati da un giornalismo che prima cercava di presentare un leader, e che ora ha bisogno di costruire un enigma per generare clic.
Un elemento che lega profondamente queste due figure è la simulazione(?) di un totale disinteresse nel generare tensioni o squilibri interni ai propri schieramenti. Da un lato, la memoria corre subito al celebre “Enrico, stai sereno” di Matteo Renzi; dall’altro, osserviamo oggi la posizione di Silvia Salis che, pur invocando la necessità di una guida unica e criticando l’attuale meccanismo delle primarie partitiche, si affretta a dichiarare di non voler essere lei a occupare quel ruolo.
Se la storia politica di Renzi ci ha già consegnato l’epilogo di questa strategia di “rassicurazione”, per quanto riguarda la Salis la partita rimane ancora del tutto aperta: solo lo scorrere del tempo potrà stabilire se siamo davanti a un copione già scritto o a un finale differente.
Ma una cosa è certa: il sistema dell’informazione ha smesso di essere registro di realtà per trasformarsi in fabbriche di curiosità morbosa: ogni nuovo volto deve essere confezionato come un caso editoriale da risolvere.
L’esperimento di laboratorio e il “fattore amichettismo”
A proposito di “caso editoriale da risolvere”, non dimentichiamoci la potenza dell’ “amichettismo”. Il sospetto che Silvia Salis sia un prodotto creato artificialmente in laboratorio per il Terzo Polo di Calenda e Italia Viva di Renzi è forte. Selvaggia Lucarelli è stata brutale in merito, definendola un 🧪esperimento di laboratorio progettato per creare un leader che abbia una caratteristica indispensabile: non essere davvero di sinistra, una sorta di “androide” perfetto per trasformare i centri sociali in coworking per startupper.
Le amicizie politiche con Calenda -con cui presenterà il suo libro- e Renzi alimentano i dubbi su un possibile naufragio simile a quello dei suoi mentori. D’altronde, in politica le alleanze sono la norma, ma lo sono anche i tradimenti. Chiedetelo a Meloni o a Trump: sanno bene cosa significhi essere pugnalati alle spalle dai propri alleati.
La nostalgia del garbo e il legame con Genova
Bisogna però ammettere che il suo eloquio funziona. In un’epoca di populismo sguaiato, la Salis si posiziona in un punto interessante: quello della nostalgia per i toni pacati e l’eleganza verbale.
Anche la sua “amica-nemica” Elly Schlein ha sempre mantenuto un profilo pacato, seppur in modo diverso, dimostrando che non serve urlare per essere incisivi.
Politicamente, Silvia Salis rivendica con forza la sua identità genovese. Si espone mediaticamente sui successi della sua città, raccontando la rinascita dalle ceneri e le opere realizzate, mentre i giornali locali sottolineano il contrasto con un centrodestra apparso spesso in difficoltà.
Su Vanity Fair, all’osservazione di Simone Marchetti «sei stata pro alla Global Sumud Flottilla», lei risponde con fermezza: «È l’identità culturale di Genova».
L’identità di Silvia Salis non si limita alla cronaca politica, ma si fonde con il DNA culturale di una città complessa come Genova.
Parliamo di un ambiente che ha sempre vantato un panorama underground di immenso spessore: una linea retta che parte dalla poesia di Fabrizio De André e dalla scuola dei cantautori e arriva, oggi, alla nuova ondata urbana di artisti come Sayf. Nonostante la vicinanza geografica con il palco istituzionale di Sanremo, i cittadini lamentavano da tempo un “silenzio tombale”, una stasi creativa che sembrava aver spento l’anima della città.
È in questo vuoto che si inserisce l’operazione -quasi provocatoria- dell’evento in piazza con una DJ di fama internazionale.
Chiamarlo “rave” in un clima politico che ha fatto della lotta ai raduni non autorizzati una propria bandiera identitaria è un atto di equilibrismo comunicativo notevole.
Silvia Salis non ha solo portato la musica; ha rotto un tabù estetico, guadagnandosi una popolarità tale da diventare quasi un “meme”. Ma attenzione: non è un meme nato per caso, è il risultato di una strategia che punta a occupare quegli spazi -anche musicali e giovanili- che solitamente la politica tradizionale ignora.
Il legame con il territorio è talmente forte da generare un paradosso comunicativo interessante: Silvia Salis non è la Sindaca di Genova: la sua capacità di presidiare ogni successo e ogni cambiamento della città è così efficace che molti cittadini finiscono per percepirla come la vera guida politica e culturale dell’intero Paese. La sua capacità di bucare lo schermo, come dimostrato nel caso della gestione mediatica degli eventi in piazza, conferma che la sua forza non risiede tanto nei programmi elettorali, quanto nella costruzione di un’immagine di “volto della rinascita” genovese.
Un orgoglio cittadino che, per ora, tende a mostrare solo i riflessi lucidi dei successi, ignorando le zone d’ombra.
Andiamo oltre le apparenze.
In questo mosaico in cambiamento, mentre la destra vive un periodo delicato e Giorgia Meloni sceglie un silenzio strategico (anche il 25 aprile 2026, wow), la figura di Silvia Salis si inserisce come un tassello luminoso.
Ma non dobbiamo farci abbindolare.
Parlare di femminismo e vicinanza ai lavoratori è certamente fondamentale, ma rischia di diventare una narrazione fin troppo lineare se utilizzata solo come risposta a critiche superficiali.
Cedere alla tentazione di liquidare ogni attacco becero con la formula del “mi colpiscono perché sono donna” è una scorciatoia retorica che non ci restituisce la reale complessità della sfida politica. Non si tratta di mettere in discussione la sua buona fede -che appare solida e persino rinfrescante- ma di capire cosa succede quando non sentiamo parlare di lei.
Se la stampa si limita a una costante esaltazione dei successi, alimentando un’agiografia che ignora sistematicamente le zone d’ombra, dove si nasconde la sostanza del progetto? Essere al fianco dei lavoratori è un valore sacrosanto, ma non può bastare a colmare il vuoto di un programma nazionale ancora tutto da scrivere.
Il vero nodo della questione è il salto di scala. Se davvero i media la stanno dipingendo come la potenziale “anti-Meloni”, dobbiamo chiederci se ciò che stiamo vedendo sia sufficiente. Parliamo di una sindaca, pur capace, proiettata improvvisamente contro una Premier: un confronto che non può reggersi solo sulla comunicazione efficace o sulla capacità di bucare lo schermo. Senza una solidità reale che vada oltre l’involucro patinato dei giornali, il rischio è che questa “nuova speranza” si infranga al primo impatto con la realtà del potere nazionale.
Io rimango a guardare, decostruendo pezzo dopo pezzo questa narrazione.













