🧠📉TikTok, test sulla depressione e dati in mano agli USA: come il neuromarketing ha trasformato la salute mentale in un prodotto
DISCLAIMER: La ricerca è iniziata a settembre 2025, mese in cui ho immediatamente cominciato ad archiviare TUTTO ciò che vedrete qui. La stesura di questo post ha richiesto 2 mesi di scrittura impegnata+ il post su Instagram in cui ho messo anche altre info.
Da qualche settimana mi compaiono sempre gli stessi video su TikTok, e la cosa buffa – perché c’è sempre una parte buffa anche quando parliamo di tristezza – è che hanno tutti la stessa estetica: camera fissa, tono empatico, quella musica triste e allarmante che chiede di fermarti un secondo, come se stessi intercettando una confessione vera. “Ho solo 16 anni, ma ho la depressione” c’è scritto. E tu, anche se sei abituata allo scroll pubblicitario immersivo di TikTok, un minimo di empatia la provi e ti fermi. Poi però guardi meglio, segui il link, e ti rendi conto che non è un ragazzo che parla: è una pubblicità.
E lì, facendomi consapevolmente convincere, ho fatto il test della depressione consigliato dallo Psicologo TikTok. Sono tre minuti: domande semplici, grafiche colorate, quella sensazione finta di “clinico” che ti entra in testa più per estetica che per contenuto. Alla fine mi è esce un punteggio che sembra un referto: 15 su 27, “depressione seria moderata”.
Non ho potuto fare a meno di ridere. Non perché il tema mi diverta, anzi, ma perché l’assurdità dell’estetica digitale ormai supera quella della realtà: un test travestito da diagnosi, fatto apposta per convincerti che stai male.
E quando inizi a scavare capisci che la risposta, in fondo, è semplice: non è psicologia, è neuromarketing.
Parlo di quella branca delle neuroscienze che studia come il cervello reagisce agli stimoli pubblicitari, e che molti ricercatori – da Gemma Calvert ad altri studiosi che analizzano da anni la relazione tra emozione e consumo – ritengono ormai centrale nelle strategie di comunicazione. E non serve essere dei luminari per vedere come questi test utilizzino una grammatica emozionale precisa: il volto triste, il priming empatico, la promessa di una risposta semplice alla complessità del tuo vissuto, e poi quel rosso allarmante che chiude tutto dicendo “sei grave”, come se la mente umana fosse un semaforo invece che un organo complesso che richiede tempo, cura, contesto.
La domanda che mi sono fatta subito è stata: ma chi è che produce questi test? E soprattutto: per quale motivo un contenuto così sensibile viene spinto come pubblicità a ragazzini di 13–16 anni? Dietro ci sono società americane (Vital Verb, MyIQ…) che non hanno alcun tipo di riconoscimento clinico e che, nei loro stessi termini di utilizzo, dichiarano apertamente che i contenuti potrebbero essere imprecisi, non aggiornati, non verificati, e soprattutto che tu li utilizzi “a tuo rischio”. È scritto chiaramente. E non solo: se qualcosa va storto non puoi nemmeno intentare una class action, perché accetti automaticamente che eventuali dispute vengano risolte tramite arbitrato negli Stati Uniti, spesso in stati in cui queste aziende giocano praticamente in casa.
🌟 E l’Unione Europea, dove sta guardando?
Quello che mi ha colpita ancora di più è il contesto geopolitico assurdo in cui tutto questo accade. Perché stiamo parlando di test psicologici sponsorizzati su una piattaforma cinese, che vende prodotti cinesi tramite TikTok Shop, ma che somministra contenuti prodotti negli Stati Uniti, regolati da normative statunitensi, protetti dalla Federal Trade Commission, e autorizzati dall’Europa tramite il nuovo Data Privacy Framework, operativo dal 10 luglio 2023, che permette ai dati degli europei di fluire verso aziende americane purché si certifichino (dal 17 luglio 2023 in poi) secondo una serie di principi che, sulla carta, dovrebbero tutelarci, ma che in pratica non riescono nemmeno lontanamente a intercettare cosa succede dentro le micro-adv che TikTok mostra ai minorenni.
È un triangolo perfetto:
Cina → piattaforma
USA → raccolta dati e prodotti digitali
UE → spettatrice impotente
in mezzo, milioni di adolescenti vulnerabili che fanno test psicologici travestiti da intrattenimento.
Il dettaglio che però mi ha fatto sia inca**are che rassicurare è un altro, molto più semplice, quasi banale. Ho provato a cercare questi test su Google, digitando “vital verbs depression test” o varianti simili. Nulla. Non compaiono. Non sono indicizzati. Non esistono per i motori di ricerca. E questa non è una svista: è una scelta strategica. Perché se vuoi pescare un pubblico vasto, generico, ti fai trovare su Google; ma se vuoi pescare un pubblico fragile, specifico, facilmente influenzabile, vai direttamente su TikTok, dove le adv costano pochissimo e arrivano dritte alla mente degli utenti senza nessun filtro cognitivo intermedio. È marketing comportamentale, non salute mentale.
Il punto è tutto qui: questi test funzionano perché sono costruiti con una logica predittiva che utilizza il linguaggio emotivo dei social per trasformare la sofferenza in un punto di ingresso commerciale. Ed è inutile fingere che la responsabilità sia solo delle piattaforme o delle aziende americane: il problema è molto più ampio. È un ecosistema dove nessuno controlla veramente nessuno, e dove gli strumenti di tutela dell’Unione Europea – dal GDPR al DSA, fino agli accordi sul trasferimento dati – faticano a tenere il passo con una piattaforma che comunica per immagini, emozioni e impulsi.
Ho svolto un altro Test.
E per capire fino a che punto questa cosa fosse costruita a tavolino e con quanta leggerezza, ho provato anche a contattare MyIQ. Sul sito sbandierano una certa “Sara Khen” come referente: una figura che dovrebbe dare credibilità, qualcuno che risponde, qualcuno che magari ti spiega perché un algoritmo ti sta dicendo che hai un disturbo grave. E invece niente: Sara Khen non esiste, non porta a una persona, non porta a un ufficio, non porta a nulla. È un nome fittizio, un placeholder creato solo per darti l’impressione che ci sia un essere umano dall’altra parte, quando in realtà c’è solo un server che raccoglie dati.
E già questo sarebbe abbastanza inquietante, ma c’è di più: ho fatto anche il loro test, così, per vedere dove volessero andare a parare. Le domande, come sempre, sono facilissime, ti accompagnano verso il risultato “trionfante”, e quando finalmente ti mostrano la spiegazione dettagliata del tuo profilo — perché ovviamente non basta dirti che sei il più veloce del 3% del mondo, devono anche farti credere che possono aiutarti a capirlo meglio — ecco la sorpresa: per leggere il risultato completo devi pagare 1 euro.
Il prezzo psicologico perfetto: abbastanza basso per non farti scappare, abbastanza alto per trasformare i tuoi dati in monetizzazione. È quasi geniale, se non fosse profondamente scorretto. Perché la dinamica è esattamente questa: ti portano nel mood giusto, e proprio quando sei più vulnerabile ti dicono “se vuoi capire meglio devi pagare”. Una specie di paywall emotivo, costruito apposta per colpire chi è già predisposto a preoccuparsi.
E a quel punto diventa tutto chiarissimo: nessuno vuole vogliono aiutarti, non vogliono informarti, non vogliono darti strumenti. Vogliono solo trasformare la tua paura in una transazione. E quando una piattaforma crea un funnel costruito sull’ansia di un ragazzino, e ci mette un paywall in fondo, non è psicologia, non è informazione: è puro commercio.
IO SONO PROTETTA DALLE MIE COMPETENZE IN AMBITO DIGITALE, MA I MINORI?
Il rischio è evidente: se un adolescente riceve un risultato “grave”, la sua mente entra in modalità loop, perché l’algoritmo inizierà a mostrargli solo contenuti simili, spingendolo in una spirale di auto-diagnosi, ansia e fissazioni.
E allora no, non voglio cadere nella trappola dell’allarmismo facile. Ma voglio riconoscere che c’è qualcosa che non funziona, e che la salute mentale non può diventare un filtro a pagamento o un punteggio generato per indurre una conversione. Un test serio non ti dice mai che sei depresso. Un test serio ti rimanda a una persona vera. E una persona vera non monetizza la tua paura.
Forse è questo che dovremmo ricordarci: che la nostra mente non è un target, e che nessun algoritmo può davvero sapere come stai (NON CONFIDATEVI CON CHAT GPT VE NE PREGO!!! 🔗Video di Francesco Oggiano per capire perché). E che se un test online ti lascia una sensazione strana, la risposta non è cliccarne un altro, ma fermarti, respirare, e rivolgerti a qualcuno che non guadagna in base al tuo umore.











